Description
«L’opera di Paolo Di Capua richiama e fa riflettere l’osservatore su molto dell’arte e della storia dell’arte. E sollecita il pensiero sulle “pieghe” dell’esistenza: felicità e tristezza, consolazione e desolazione, alto e basso, pieno e vuoto.
E le pieghe ricordano il mare, il suo movimento, le sue onde, il suo essere in costante divenire eracliteo e mutazione. Come appunto un mandala orientale, che realizzato poi si disfa: il nulla nel tutto.
Il che ricorda l’importanza dei temi orientali del vuoto e della sottrazione: il minimo e semplicità, come l’elisir e la sostanza sottile alchemica diffusa e presente in tutta la materia dell’universo, essenza e distillato, da ricercare, raggiungere e conquistare, nei laboratori artistici.
Quelle pieghe onde sono come gli aforismi dell’«oscuro» Eraclito, profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori. Gli aforismi e le onde sono come l’oracolo greco che non dice né nasconde, ma indica.
Aforismi e linee pieghe che indicano simboleggiano testimoniano.
Ma sono anche una “confezione” dell’esistenza umana stessa, quasi ad avvolgerla, proteggerla, difenderla.
Le opere con le loro onde e pieghe, come dice l’artista, presentano unione di componenti opposte. Opposizione di interno ed esterno, spiritualità e materialità, debolezza e forza, leggerezza e peso, immobilità e gesti ed azioni, scritto e parlato, immagini e realtà, movimento ed equilibrio stabile, fluidità e densità. E l’immagine, l’oggetto, lo spazio dell’arte vogliono essere sempre specchio profondo dell’artista.
La materialità dell’opera e la sua “povertà”, con la semplicità, stimolano la spiritualità nell’osservazione, come in un pavimento a scacchi il bianco si alterna e si unisce al nero, con la sottile linea di demarcazione che separa ed unisce gli opposti, proprio come le linee e le pieghe nelle opere dell’artista.»
Coordinamento scientifico e testo critico di Greta Alberta Tirloni.

